LEGGERE AD ALTA VOCE, Premessa

© Mondadori Infanzie, III ed 2000 (il testo che segue č disponibile anche sul sito della Mondadori Ragazzi)

La lettura a voce alta è uno di quegli argomenti su cui ci sentiamo tutti competenti. Richiama immediatamente alla mente l'immagine un po' oleografica di una mamma con un bambino in braccio, o di un papà seduto sul bordo del letto con un gran libro illustrato tra le mani. È un 'immagine che non facciamo fatica a tirare fuori dall'archivio della memoria. Sta in quel reparto che contiene immagini comuni, generiche, che non suscitano particolari emozioni fin tanto che le trattiamo come immagini di uno schedario. Altra cosa, tutt'altra cosa succede quando l'immagine si anima, quando l'adulto che legge assume le fattezze di quello che leggeva a noi, quando eravamo bambini. Immancabilmente, allora, quell'immagine cambia collocazione. Dal magazzino della memoria, un po' ripostiglio e un po' schedario, scende al cuore e quasi a raffica, quasi senza che ci rendiamo conto del perché ci investe di ricordi. E sono ricordi pieni, ricordi che risvegliano con prepotenza tutti i nostri sensi. Non è solo il suono della voce quello che risentiamo, ma è l'effetto che quel suono produceva su di noi. Non solo la luce che illuminava la stanza, un po' bassa perché non ostacolasse un dolce scivolare nel sonno; era anche il calore e il profumo della pelle di chi ci avvolgeva in un abbraccio rassicurante, era il gusto delle parole nuove e sconosciute che ci rotolavano sulla lingua quando provavamo a ripeterle. Era l'eccitazione dell'apprendere qualcosa di nuovo senza timore di essere messi alla prova. Era la libertà di mostrare e condividere sentimenti genuini: l'allegria di una risata che sembrava durare per sempre, la paura buia ma non minacciosa perché c'era sempre una mano stretta alla nostra, la commozione, il tripudio finale.

Per me, il ricordo è legato a Pinocchio. Dovevo avere quattro o cinque anni e, come spesso capita a quell'età volevo che mi fosse letta sempre la stessa storia, sempre Pinocchio. Era diventato un rituale anche la schermaglia che precedeva l'ennesima richiesta di rilettura. - Ma cambiamo libro! - sbuffava mia madre. - Questo ormai lo sappiamo a memoria... - - Voglio Pinocchio- rispondevo io cocciuta, mentre dentro di me già avevo cominciato a recitarmelo. Certo che lo sapevo a memoria, infatti quello che volevo davvero non erano le parole della storia; volevo essere sicura, ma proprio assolutamente sicura di risentire mia madre ridere di gusto nel rileggere per l'ennesima volta del litigio tra mastro Geppetto e mastro Ciliegia, volevo rivedere la sua espressione seria e solenne quando leggeva della morte della Fata dai capelli turchini, volevo riprovare con lei la paura che sentiva Pinocchio quando, stretto tra le mani del Pescatore verde, rischiava di finire fritto in padella.

Quando l'immagine di un adulto che legge a un bambino scende dalla mente al cuore scatena un flusso di ricordi inarrestabile e porta in superficie una ricchezza che non sapevamo di possedere ma che ci ha accompagnato per tutta la vita, rendendocela probabilmente migliore. Sì, perché quell'immagine del cuore ci dice che siamo stati amati , che qualcuno ci ha voluto bene abbastanza per condividere con noi emozioni e sensazioni. Qualcuno ci ha regalato, quando ancora non sapevamo che fosse così importante, la gioia di perderci in un libro. Quando ancora non sapevamo il significato di tutte le parole, qualcuno ci ha fatto capire che le parole servono a costruire un'altra realtà, una realtà sicura in cui possiamo muoverci a piacimento, una realtà in cui, come in una palestra, alleniamo la nostra mente e il nostro spirito per affrontarne una di tutt'altro genere, quella della vita. Difesi da questo dono non abbiamo mai smesso di usarla, quella palestra, per imparare a comporre parola dopo parola la storia della nostra vita. Quell'immagine che scendendo al cuore prende a vivere racchiude in sé un'altra straordinaria capacità che non sapevamo di possedere: quella del narrare. Le molte persone che mostravano stupore al progetto di scrivere un libro sulla lettura ad alta voce, non appena riflettevano sull'esperienza personale, prendevano a raccontare e capivano, mentre lo facevano, di raccontare una delle esperienze più importanti della loro vita.

Questo testo non intende essere un manuale tecnico della lettura ad alta voce né intende rivolgersi a chi, a questa si dedica a livello professionale. Scuole, biblioteche, laboratori di lettura, librerie specializzate sono impegnate sul fronte della diffusione della lettura e utilizzano spesso lettori che si sono formati nelle scuole di recitazione tradizionali o, ancor più spesso, nell'ambito di esperienze di animazione teatrale. Si è dunque sviluppata, tra gli addetti ai lavori, una grammatica di riferimento la cui discussione non rientra negli scopi di questo libro.

Il modo di leggere ad alta voce che proponiamo in queste pagine ha a che fare con una dimensione più intima e famigliare della lettura e col tipo di atteggiamento che ad esso si accompagna. Non un manuale tecnico, ma una riflessione su quanto della lettura ci sembra importante trasmettere ai nostri bambini. Perché non vada perduto un patrimonio che ha arricchito la vita di molti ed è attualmente minacciato da abitudini più frettolose, dall'invadenza di altre forme di divertimento e apprendimento, dalla tentazione di offrire ai nostri bambini attività di più immediata gratificazione. Le regole da osservare, le piccole astuzie, gli errori da evitare che via via segnaleremo sono importanti. Ma la loro conoscenza non sarà sufficiente a garantire ai nostri figli un futuro di lettori appassionati. Molto più determinante sarà il nostro sincero desiderio di trasmettere, insieme alla lettura, una visione del mondo, una serie di valori in cui profondamente crediamo, per i quali siamo disposti a modificare abitudini di vita e, se necessario, a muoverci controcorrente. Le storie, diceva Lewis Carroll, l'autore di Alice nel Paese delle Meraviglie, sono doni d'amore. E come tutti i doni di questo tipo funzionano in due direzioni. Arricchiscono chi li fa più ancora di chi li riceve. Proprio come in quelle magiche situazioni delle fiabe che ci leggevano quando eravamo piccoli, questi doni scaturiscono da una fonte segreta che una volta scoperta e attivata non si esaurisce mai e anzi, col passar del tempo diventa più ricca, attinge a parti più profonde e meno contaminate, ci sorprende con la sua varietà e bellezza, ci rende migliori.

Basterebbe questo dunque a spiegare perché è importante leggere ad alta voce ai nostri bambini. Basterebbe pensare che trasmettere storie è come trasmettere una parte di noi, quella parte che non aspetta altro che essere sollecitata, riscaldata, rifocillata. Quella in cui giacciono, inutilizzati, i linguaggi di cui spesso non sappiamo di disporre. I linguaggi che ci servono per entrare nel mondo delle emozioni e dei sentimenti, quelli che la vita di tutti i giorni ci costringe a non usare. Quando un bambino entra nella nostra vita, sia esso nostro figlio o nostro allievo, porta con sé, inconsapevolmente, la riproposta di quei linguaggi e ci offre l'opportunità di recuperarli. Ce la offre perché lui, fin tanto che non viene inghiottito dalla realtà, non sa usare altro che quelli. Non ne capisce altri. Non distingue bene tra finzione e realtà, non sa che gli adulti per comunicare fra di loro e capirsi hanno dovuto inventare un codice da cui è assente la fantasia, il gioco, l'emozione. Un linguaggio sterile, anzi, sterilizzato, con cui è difficile inventare storie. Ma con cui è difficile anche esprimere le cose segrete, quelle che stanno in fondo al cuore, quelle che nei grandi momenti della vita sentiamo esplodere dentro spesso senza saperle esprimere compiutamente.

Sulla lettura ad alta voce ci sentiamo tutti esperti: si tratta di un'arte semplice sulla quale tutti hanno idee ben precise. Rimane da capire perché un'esperienza così ovvia e così quotidiana lasci - come testimoniano poeti e scrittori nelle loro autobiografie - più di molte altre, un ricordo profondo e incancellabile. E perché proprio come dimostrano questi stessi poeti e scrittori abbia in un certo senso determinato l'intero corso della loro esistenza. Il fatto è che , come notava Cesare Pavese nel suo diario, non ricordiamo mai i giorni, ma solo i momenti. Solo per eventi

relativamente recenti e di rilevanza straordinaria riusciamo a ricostruire e rivivere le sensazioni che sono state a loro intorno. Lo stesso vale per i processi di apprendimento: essi non sono mai uniformi e costanti e pur nell'accumulazione incessante che caratterizza gli anni dell'infanzia non si può parlare di un continuum, ma solo di momenti. Momenti che si accendono nella memoria e non sappiamo collocare in un contesto preciso. Momenti che costituiscono un nucleo caldo e brulicante di vita che ci restituisce intatte le sensazioni che hanno accompagnato il suo primo insorgere. Sono momenti legati a una esperienza affettiva intensa, a uno slancio creativo che ci ha permesso di cogliere un significato più ampio e più profondo di quanto stavamo vivendo. Nell'esperienza di molti sono momenti legati al linguaggio e al modo in cui questo ha permesso di organizzare la conoscenza fino ad allora acquisita, o di capovolgerla, o di aprire squarci inimmaginabili fino a un attimo prima. Ogni essere umano - dice il poeta irlandese William Butler Yeats - porta dentro di sé una scena, un'avventura un'immagine che è il simbolo della sua vita segreta, e questo simbolo, se ci si riflette sopra, guida il cammino della sua anima. Per molti, questo simbolo è legato alla scoperta della capacità immaginativa, la scoperta delle storie.